Il calcio in India – I parte : Alle origini del mito

bandiera indianaNella seconda metà dell’ottocento, spesso, dove troviamo un manipolo di inglesi è facile trovare anche un pallone che rotola. Succede ovviamente in Inghilterra, succede in Italia, e succede anche in India, fiore all’occhiello dell’Impero Britannico.

DurandSir. Mortimer Durand è un diplomatico britannico che svolge per l’Impero la funzione di segretario degli esteri in Asia alla fine del 1800. Si divide tra l’attuale Afghanistan e l’India. L’infuocato confine tra Pakistan e Afghanistan prende il suo nome, la Durand Line.
E’ giustamente convinto che lo sport sia un ottimo mezzo per mantenere la salute, ed è altrettanto convinto che proprio dallo sport possa nascere una perfetta “civiltà” anglo-indiana, e per invogliare più persone possibile istituisce una competizione calcistica: la Durand Cup.
Da allora la Durand Cup, terzo torneo nella storia per anzianità, si disputa con cadenza regolare fino ai giorni nostri, e si svolge ovviamente dove Sir. Durand ha prestato i suoi migliori servigi, in Asia, e più precisamente in India.
Inizialmente il torneo è principalmente una questione tra militari, ai britannici non sembra vero e partecipano entusiasti, gli indiani invece preferiscono l’hockey sul prato e almeno inizialmente snobbano la competizione, unica eccezione in questi inizi sono i nepalesi della brigata Gurkha.
E’ un derby scozzese ad assegnare la prima edizione, i fucilieri la spuntano sulla fanteria leggera per 2 a 1.

Inizia una controversa storia d’amore.

Nagendra Prasad SarbadhikaryE gli indiani?! In un paese dove il confine tra realtà e mito è sottile e spesso incerto, anche sul primo approccio con un pallone aleggia un qualcosa di magico: La Durand Cup doveva ancora vedere la luce, è il 1877 ed un gruppo di ufficiali inglesi si sfida per le strade di Calcutta, Bengala occidentale, un calcio un po’ più forte e la palla sfugge dal controllo dei militari per finire sui piedi di un bambino che passeggia mano nella mano con la madre. Il bambino si chiama Nagendra Prasad Sarbadhikari e la tentazione di colpire quella palla con i piedi è troppo grande. Secondo il mito è questo il momento in cui per la prima volta un indiano calcia un pallone, e siccome da queste parti tra il certo e l’incerto talvolta ci sono solo leggere sfumature non escludiamo che sia proprio così.
Ovviamente il giorno dopo Nagendra a scuola non parla d’altro ai compagni, ed uno ad uno li avvicina al mondo del football.
E’ una storia indiana.
Nel 1884 Nagendra da vita al Wellington Club, avrà vita breve però, la squadra dura una manciata di anni prima di sciogliersi per un’altra storia tipicamente indiana: alcuni giocatori non accettano la presenza di un compagno appartenente a caste inferiori. Il campo, invece, non accetta discriminazioni, e Nagendra scioglie il club.

C’è un’altra versione, altrettanto affascinante, sui primi contatti tra gli indiani ed il pallone:
Un docente affascinato dal football decide di spiegarne le regole ai suoi alunni, e dopo una breve lezione teorica li conduce su un prato per la pratica. Gli alunni però sono bramini, principalmente vegetariani, e si rifiutano di colpire quel pallone fatto in cuoio, quindi animale, quindi impuro. Ci pensa il professore a infrangere l’incanto della vicenda: colpisce un suo alunno con la sfera, trasferendone ad esso l’impurità. Le danze possono avere inizio.

Della Durand Cup, terzo torneo per anzianità al mondo dopo FA Cup inglese e scozzese, abbiamo già detto, una manciata di anni dopo vede la luce il campionato IFA, ed anche in questo caso le prime edizioni sono roba per gli inglesi.

Mohun Bagan 1911Tutto ruota intorno alla Città di Calcutta, capitale dell’Impero in terra indiana e focolaio della passione per il football di fine ottocento. Di Calcutta è anche il Mohun Bagan, fondata nel 1889 è la più antica società dell’intera Asia, maglia granata con bande verdi laterali, ed è anche la prima squadra a interrompere l’egemonia anglosassone nel IFA, è il 1911 e undici giocatori indiani hanno la meglio sugli “odiati” inglesi, adesso il calcio sta diventando veramente popolare.
Sulla finale contro il regimento dell’Est Yorkshire aleggia ancora una volta quel velo d’incanto che solo in questo angolo del mondo possiamo trovare. E’ “la partita degli aquiloni”.
Tutti a Calcutta sono interessati a questo evento, la folla che si raduna intorno all’incontro è oceanica, i ragazzi indiani hanno la possibilità di battere gli inglesi, è potenzialmente un primo passo verso l’indipendenza.
Dicevamo della folla oceanica, molti il campo nemmeno lo vedono, e come fanno a conoscere risultato?! Vengono usati degli aquiloni, nero, goal degli inglesi, granata e verde, goal del Mohun Bagan.
Quel giorno l’aquilone granata e verde volteggia nei cieli di Calcutta per due volte, una in più dell’aquilone nero.

Mohammedan Sporting 1936Altra squadra storica, nata a Calcutta negli ultimi anni dell’ottocento è il Mohammedan Sport, squadra di riferimento per i mussulmani, è tra le loro fila che cresce il primo giocatore indiano ad approdare in Europa, siamo negli anni ’30.
Mohammed Salim i giochi di prestigio con la palla li fa settant’anni prima di Ronaldinho, è la stella del Mohameddan che domina i campionati nel Bengala. Nel 1936 gioca con una rappresentativa indiana contro la squadra olimpica cinese, e lascia tutti a bocca aperta. Un parente, tal Hasheem, che vive in Inghilterra lo convince a seguirlo nella terra di Albione.
Salim“E’ il caso che quelli là, quelli che hanno inventato questo giochino qua, ti diano un’occhiata. Ci sai fare figliolo.”
Da Calcutta a Londra passando per il Cairo, poi in treno fino a Glasgow, nella tana del Celtic.
Negli anni trenta al Celtic comanda Willie Maley. E’ padre e padrone dei bianco verdi, e Hasheem deve convincerlo a dare un occhiata a Salim.
“Ma è scalzo.”
“Si Mister, Salim gioca così, non ci faccia caso, è un grande giocatore indiano.”
Siamo vicini a quella che può definirsi una supplica a tutti gli effetti. Ma Maley alla fine un’occhiata a Salim la da, e ne rimane colpito. Sali a bordo ragazzo.
Non c’è verso però di far indossare a Salim gli scarpini come a tutti gli altri, certo i prati scozzesi devono sembrargli incredibilmente morbidi in confronto alle strade di Calcutta, ma l’autunno a Glasgow è freddo e soprattutto piovoso.
Glio inizi sono ottimi ma poi Salim le sua qualità le fa intravedere solo a sprazzi, sente la mancanza dell’India e vorrebbe tornare a casa. Il Celtic prova a trattenerlo, organizza un amichevole e gli promette una percentuale sull’incasso. Salim ringrazia, e rifiuta. “Vi ringrazio, dei soldi non saprei che farmene, vi sarei grato se piuttosto li donaste agli orfani.”.
Fatto.
Nel 1937 Salim torna in patria, troppo forte la nostalgia, gioca nuovamente per il Mohammedan Sport.

Prima della morte di Salim, nel 1980, il figlio scrive una lettera al Celtic. “Papà è malato, ed è in difficoltà.”
Riceverà una risposta, insieme ad un bonifico da 100 sterline.
“Non avevo intenzione di chiedere dei soldi. Era solo un modo per scoprire se papà era ancora vivo nella loro memoria. Mi ha fatto piacere, non per i soldi, ma perché di mio padre ancora si ricordano al Celtic. Voglio solo che il nome di mio padre sia ricordato come il primo giocatore indiano a giocare all’estero. Questa è l’unica cosa che voglio e niente altro.”

Mohammed Salim 2Mohammed Salim ha incantato gli inglesi a casa loro, e l’ha fatto a piedi nudi.

Un particolare che non è assolutamente da trascurare, come Salim tutti gli indiani giocano scalzi.
Perché il talento è come il mito, e non si può imbrigliare dentro un paio di scarpe.
E poi sconfiggere gli inglesi , dimostrargli di non essere inferiori, se fatto a piedi nudi, ha decisamente un altro sapore.

II parte : I fuoriclasse scalzi e gli anni d’oro

III parte : Il gigante addormentato ed il campionato degli eroi

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