La storia di Arpad Weisz

Matteo Marani ha riportato alla luce la storia di Arpad Weisz, con ogni probabilità il miglior allenatore degli anni trenta, e lo ha fatto con una minuziosa ricerca che trova il suo compimento nell’intenso “Dallo Scudetto ad Auschwitz”, libro da leggere tutto d’un fiato.

“Fatto sta che di Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo.“

CopertinaUngherese, nato a Solt nel 1896, Arpad è un buon calciatore e fa parte della spedizione olimpica ungherese nel 1924 pur non scendendo mai in campo, in patria veste le maglie del Torekves e del Makkabi Brno prima di arrivare in Italia, Padova prima e Inter poi. Noie fisiche lo costringono a chiudere la carriera in anticipo.

La vocazione di Arpad è per la panchina.

Dopo un periodo di apprendistato in Uruguay, che ad inizio novecento è l’Eldorado del football, Arpad si accomoda sulla panchina dell’Inter che per compiacere il regime nel frattempo ha preso il nome di Ambrosiana.

Basterebbe una stagione per scrivere il suo nome nella storia, vince il campionato 1929/30, il primo a disputarsi con girone unico. E’ Campione d’Italia all’età di 34 anni. Fiori all’occhiello di quella squadra sono Fulvio Bernardini, sarà allenatore di successo, ed un giovane che a Weisz deve tutto. Giuseppe “Beppe” Meazza è un ragazzino delle giovanili quando viene scoperto dal tecnico, ha talento ma anche un fisico gracile: “I muscoli arriveranno, nel frattempo giochi per me.”
Meazza diventa per tutti Il Ballila, uno degli attaccanti più forti del calcio Italiano, ed è tra i primi a prestare il volto a campagne pubblicitarie, brillantina, dentifricio, complice anche la sua bellezza è l’uomo di punta delle campagne del regime di Mussolini. La propaganda.

A Milano Arpad è amato, si trova bene, ed in questo clima sereno butta giù due righe a cui darà il titolo di “Il giuoco del calcio”, scrive a quattro mani con Aldo Molinari e la prefazione è firmata da Vittorio Pozzo, che diventerà il più vincente allenatore italiano, è un manuale del calcio all’avanguardia, anticipa idee calcistiche ancora mai viste.

Il cambio di presidente all’Ambrosiana spezza l’idillio, il nuovo numero uno Ferdinando Pozzani ama metter bocca nelle questioni tecniche, Weisz non gradisce, la sua avventura, inframezzata da una breve esperienza a Bari conclusa con una gloriosa salvezza, è agli sgoccioli e le strade sono destinate a separarsi.

Nel gennaio 1935 Arpad arriva al Bologna, dopo un’esperienza breve in cadetteria al Novara, all’ombra delle torri dipingerà il suo quadro più bello.

Arpad WeiszA Bologna sbarca la famiglia Weisz, perché nel frattempo Arpad si è sposato con Ilona e hanno avuto due splendidi bambini, Roberto, di nemmeno 5 anni, e la piccolissima Clara.
A volere fortissimamente Weisz sulla panchina dei rossoblù è il presidente Dall’Ara, che anni dopo darà il nome allo stadio cittadino.
Stadio che è l’orgoglio di Bologna, e di Mussolin, il Littoriale, struttura faraonica voluta fortemente dal regime ed inaugurata dal duce in persona in sella ad un cavallo bianco.
Cinquantamila posti per gli spettatori e quattromila posti auto sono alcuni numeri, la torre Maratona sovrasta la tribuna con i suoi 24 metri di altezza.
Scherzo del destino questo vanto del regime diverrà il regno di Arpad, allenatore ungherese, ebreo. Si, non l’avevamo detto ma Weisz è ebreo, anche se fa battezzare i figli con rito cattolico, e nell’Europa di quegli anni è un dettaglio che purtroppo non si potrà trascurare.

Il Bologna degli anni trenta si poggia sulle possenti spalle di Angelo Schiavio, centravanti protagonista della vittoriosa spedizione mondiale del 1934, è a tutt’oggi il miglior marcatore della storia del club.
Il capitano Monzeglio saluterà dopo una sola stagione, l’amicizia con Mussolini lo porta nella capitale. Raffaele Sansone, per tutti Faele, uruguagio, non lega subito con Weisz, non ne apprezza i metodi di allenamento, risulterà alla fine una delle colonne del Bologna, la capacità persuasiva di Arpad risulta vincente.
Il campionato 1934/35 se lo aggiudica la Juventus, è la quinta volta consecutiva, Weisz nei primi mesi bolognesi getta le basi di quello che sarà il più forte Bologna della storia. Lo squadrone che tremare il Mondo fa.

Con la famiglia si sistema in via Valeriani 39, dieci minuti di cammino dal Littoriale, la sua effettiva residenza negli anni emiliani.

Nell’estate del ’35 la squadra riabbraccia Francisco Fedullo, altro uruguagio, dirimpettaio di Faele Sansone. A completare il terzetto “celeste” è Michele Andreolo, diventerà il leader della squadra. Come detto l’Uruguay è l’Eldorado del football, ed il Bologna attinge a piene mani dalle sue squadre. Come Meazza nell’Ambrosiana nel Bologna i panni del enfant prodige li veste Fiorini.
Fiorini che morirà nel 1944 per mano partigiana, era divenuto militante della Guardia nazionale repubblicana. E’ la storia itlaiana.

Negli allenamenti Arpad sveste i panni eleganti del trainer ed in tuta guida la comitiva sul campo, è uno dei punti salienti della sua rivoluzione, e lo troviamo anche nel suo manuale ”Il giuoco del calcio”.

C’è un beffardo parallelismo tra i consensi che il suo Bologna ottiene in campionato e quelli che il regime ottiene tra la popolazione a seguito anche delle conquiste africane.

Arpad Weisz 2La squadra si laureerà campione d’Italia all’ultima giornata battendo per 3 a 0 la Triestina in un Littoriale gremito in ogni ordine di posto.
E’ l’inizio del capolavoro di Weisz.
“Ripetersi è più difficile che vincere la prima volta” ma Arpad ci riesce, mette in bacheca anche il campionato 1936/37. Bologna è ai suoi piedi ed è arrivato il momento di farsi conoscere anche in Europa.
Il Trofeo dell’Esposizione è l’equivalente dell’attuale Champions League, se la giocano otto squadre in rappresentanza del movimento calcistico europeo, i favoriti, nemmeno a dirlo, sono i maestri inglesi, rappresentati dal Chelsea.
I rossoblù li incontreranno in finale dopo aver eliminato i francesi del Sochaux ed i cecoslovacchi dello Slavia. Serve un impresa ai ragazzi di Arpad, che invece fanno un autentico capolavoro, 4 a 1 e lezione ai maestri.
Arpad Weisz entra nella storia ed è indiscutibilmente il miglior allenatore in Europa.

Mai come in questa storia l’inizio e la fine sono ad un battito di ciglia l’uno dall’altra.

“L’Italia indossa senza riserve l’abito razzista” e nel 1938 l’aria antisemita che si respira in Europa è diventata un turbine che non risparmia l’Italia. Mussolini il 5 agosto stila l’elenco degli ebrei stranieri da cacciare dal paese, il nome di Arpad su quell’elenco.
E’ lasciato da solo, probabilmente l’uomo più amato a Bologna ha il vuoto intorno a se, ci sono la moglie Ilona ed i figli Roberto e Clara, vittime come lui.
Nel gennaio 1939 Arpad e la sua famiglia lasciano Bologna, il Bologna e cercano riparo a Parigi.
Nella capitale francese Weisz cerca un impiego nel calcio che conta, ma nessuno se la sente di offrirgli un ingaggio, gli unici sono gli olandesi del Dordrecht, squadra semi-sconosciuta che però gioca nella massima divisione. E’ la primavera del ’39.

I giocatori svolgono tutti un secondo lavoro, sono dilettanti, e si allenano con sciarpe e maglioni. Arpad come a Bologna indossa la tuta, li spoglia delle sciarpe dandogli un immagine più professionale, e li guida sul campo di allenamento. Li guida fino al quinto posto, un risultato storico per la piccola squadra di questa altrettanto piccola città dell’Olanda.
Nel frattempo per i Weisz non c’è pace, hanno cercato rifugio nella nazione che pagherà uno tra i più alti tributi in vite umane alla follia nazista.
Vengono schedati, sulle loro giacche cucita una grossa stella gialla e sui loro passaporti stampata una grossa J, sta per Juden.
Vivono in una gabbia, che sempre più si stringe intorno a loro.
Arpad nel frattempo viene anche licenziato, è la fine incombe.

La mattina del 2 agosto 1942 alla porta dell’abitazione olandese dei Weisz bussano ufficiali della Gestapo. I militari li prelevano, li conducno dapprima in caserma, ed in seguito nel campo di lavoro di Westerbork.
E’ in atto quella che Hitler ha tristemente ribattezzato “soluzione finale”.
Ironia del destino a Westerbork c’è anche un campo da calcio, ma non è dato sapere se Weisz ci abbia mai messo piede.
Da Wersterbork partono a giorni ed orari stabiliti treni con a bordo 1020 persone, destinazione la Polonia. Auschwitz. I treni scandiscono la vita dei “detenuti” di Wersterbork.
Il 2 ottobre parte il convoglio con a bordo i Weisz, è il compleanno di Clara, compie otto anni, ma non c’è nulla per cui festeggiare.
Arrivati a destinazione Arpad viene separato dalla famiglia, il miglior allenatore d’Europa ha braccia forti, possono venire utili, gli altri familiari invece proseguono il loro viaggio verso Birkenau. Le truppe delle SS li conducano alle docce, inutile spiegare in cosa consistano nella realtà queste docce la storia è tristemente nota.
E’ il 5 ottobre 1942, per Ilona, Clara e Roberto il viaggio tra gli eventi più tragici della nostra storia finisce qui.
Dopo aver portato via ad Arpad il calcio e la famiglia, dopo averne rubato e violentato l’anima, i nazisti sfrutteranno le sue braccia e la sua forza fisica fino all’ultimo istante possibile.
Il 31 gennaio 1944 Arpad Weisz raggiunge la moglie ed i figli.
L’arbitro ha fischiato per tre volte.

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Gli orrori dell’Olocausto hanno sepolto la storia di Arpad Weisz sotto una polvere sempre più spessa. Il lavoro di Matteo Marani è stato straordinario, ha riconsegnato a chi ama il calcio la storia del miglior allenatore degli anni ’30, è una storia di pallone e di vita, drammatica ed intensa. Dedicate un attimo del vostro tempo alla lettura di “Dallo scudetto ad Auschwitz”, ne vale senz’altro la pena.

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