L’eroe in fuga

NoorEroe nazionale, costretto a scappare, perché suo malgrado si trova nel mezzo di una faida che va avanti da 1400 anni. Sciiti da una parte e sunniti dall’altra, nel mezzo l’instabile Iraq, una Coppa d’Asia vinta, tante miracolose parate e altrettante fughe.

Baghdad non è propriamente il posto migliore dove trascorrere gli ultimi anni, se poi sei un calciatore e qualche possibilità in più di trovar fortuna oltre il confine ce l’hai perché restare?
Sabri Noor da Baghdad non se ne sarebbe mai andato, il sogno di placare l’eterna lotta tra sciiti e sunniti è accantonato da un pezzo, eppure grazie alle sue parate quella sera di fine luglio del 2007 per le strade della capitale irachena la festa ha preso il posto della lotta, e gli abbracci sembravano davvero fraterni.
L’Iraq vince la sua prima Coppa d’Asia soprattutto grazie alle parate di Noor, prima neutralizzando i rigoristi sudcoreani in semifinale e poi ipnotizzando gli avanti sauditi nella finale di Jakarta. Lui, sciita come la maggioranza dei suoi connazionali, ci credeva davvero che quella Coppa potesse seppellire sotto la sabbia del deserto l’infinita disputa, dal quattro stelle della capitale indonesiana guardava alla tv insieme ai suoi compagni i festeggiamenti per le strade irachene e credeva davvero ad un futuro diverso.

Rientrato a casa pochi complimenti e puntuali le minacce di morte, i sunniti sono la minoranza, ma il regime di Saddam Hussen era in mano loro. L’illusione è durata novanta minuti, poi 1400 anni di lotta fratricida riportano tutti alla realtà.
Guarda in faccia la moglie ed i tre figli e decide di andare, non è facile ma è la scelta giusta.
Via dal Al-Talaba, lo attende la Svezia ed il modesto IK Sirius. Ma dal Iraq i documenti per il trasferimento non arrivano mai. Andata e subito ritorno, ancora un’illusione.
Ancora Baghdad, ancora minacce, ancora paura. Percorre 500 km a nord e si rifugia nella città di Duhok, roccaforte curda, altra squadra modesta, ma pochi soldi e la tranquillità gli bastano, è al sicuro, forse.
I sunniti arrivano anche lì e bussano di nuovo alla sua porta, ancora minacce, ancora paura.
La prossima fermata è la Giordania, una fuga di notte, come i clandestini, è questo che aspetta all’eroe della Coppa d’Asia del 2007.
Ad Ammam, capitale giordana, l’unico contatto con il calcio per Sabri è la nazionale, infatti la sede della Federcalcio irachena si trova oltre confine e proprio ad Ammam la nazionale si allena. Gioca solo per il suo paese, niente club.

Arriva però una insperata chiamata dall’Egitto, sul Canale di Suez l’Ismailia ha bisogno di un portiere e a Noor sembra un sogno, ma è solo un’illsuione, un’altra. Arrivato sul Canale l’Ismailia si tira indietro, non ci sono soldi, le pretese di Noor non sono alte, tutt’altro, ma il club non ha l’ombra di un quattrino.
E’ costretto a tornare a Baghdad, ancora una volta, e ancora una volta è costretto a fuggire, di nuovo a nord, ma stavolta la frontiera giordana non riesce ad oltrepassarla, perciò vive alcuni giorni in clandestinità, nel limbo.
Il Persepolis, prestigiosa squadra di Teheran, Iran, si ricorda di lui e lo chiama a difendere i pali della propria porta, famiglia radunata e valige pronte, è un altro sogno che diventa incubo.
Le frontiere vengono chiuse dal governo di Baghdad per paura di disordini, ci sono le elezioni in programma.
Ancora un attesa, vissuta questa volta a Maysan, confine con l’Iran, piccola cittadina ribelle nel sud-est del paese, avamposto sciita che Saddam Hussein non riuscirà mai a sottomettere nonostante anni di sforzi. Un osso troppo d’uro i guerriglieri locali.
E proprio quei guerriglieri hanno portato Noor e la sua famiglia oltre il confine, ancora una volta di nascosto, ancora di notte.

Non c’è tempo nella storia di Sabri Noor, non ci sono anni, non ci sono campionati, stagioni calcistiche, poche partite ufficiali, c’è solo una lunga fuga claustrofobica e poi c’è il 28 luglio 2007, novanta minuti ed un portiere che con le sue parate ferma il tempo, ed una lotta eterna che dura da più di mille anni.

Annunci