Le verticali del piccolo Buddha

Ivan“Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono sentieri.” recita un vecchio adagio, e di autostrade su un campo da calcio Ivan De La Pena ne vedeva parecchie, una stoccata con il destro e la palla che tracciava una linea che fino a quel momento esisteva solo nella sua testa, l’uomo solo alle porte dell’area ed il portiere come ultimo baluardo.
Un giovane Ronaldo ringrazierà tante volte, non prima però di aver scartato il portiere e appoggiato la palla in rete.

* Le illuminazioni di Ivan *

Il nuovo Iniesta prima di Iniesta.
Cresciuto nella sempre fertile cantera blaugrana Ivan fa i suoi esordi in prima squadra sotto la guida di Johan Cruijff, campione e tecnico totale, è il 1995 ed il Dream Team che conquistò l’Europa pochi anni prima ha perso l’antico smalto.
La testa completamente rasata gli vale il nomignolo di pequeno Buddha, piccolo Buddha, il fisico non particolarmente prestante rende l’abbinamento ancora più efficace.
Il ruolo di metronomo nel Barcellona negli anni novanta è roba di Pep Guardiola, sua la cabina di regia della squadra, il tecnico Bobby Robson, arrivato al posto di Cruijff nel ’96, sposta il giovane Ivan venti metri più avanti.
Illuminazione.
Verrà ripagato da una stagione superlativa, sette reti per un De La Pena appena ventenne, tappeti rossi srotolati sulle vie del goal ai compagni e l’etichetta di nuovo fenomeno del calcio spagnolo.
L’anno seguente in Catalunya arriva un altro fenomeno, quello vero, Luis Nazario de Lima, noto a tutti semplicemente come Ronaldo, Il Fenomeno. Potenza, tecnica e velocità, una confidenza con la porta avversaria imbarazzante. Sulla Rambla sognano di aprire un nuovo ciclo vincente con i due ragazzi come alfieri.
La stagione in effetti è ottima, secondo posto dietro al Real guidato da Fabio Capello, 34 reti e titolo di Pichichi, per Ronaldo e verticalizzazioni illuminati per il piccolo Buddha. A completare le vittorie in Coppa delle Coppe e Copa del Rey.
La stagione seguente sulla panchina del Camp Nou si siede Louis Van Gaal che inizia un processo di olandesizzazione del club che vedrà il giovane Ivan sempre meno in campo. Nel frattempo il Fenomeno è partito, direzione Milano, sponda Inter. Il calcio pensato dal tecnico è troppo mobile e dispendioso ed il piccolo Buddha non riesce ad adattarsi.
Ha ragione il tecnico olandese, in primavera infatti arrivano lo scudetto ed un’altra Copa nacional.

Nel calciomercato di fine millennio è l’Italia con i suoi club a farla da padrone, Ivan De La Pena entra nel mirino della Lazio della folle gestione Cragnotti. I 30 miliardi richiesti dai catalani sono una formalità, ed i 6 miliardi all’anno lo rendono il giocatore più pagato fino a quel momento in Italia dopo Ronaldo e Diego Armando Maradona, non proprio due qualsiasi.

Lascia il Barcellona dopo una Liga, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e due Coppe nazionali.

La Lazio è uno squadrone che punta allo Scudetto e può vantarsi di attaccanti quali Christian Vieri, Marcelo Salas e Roberto Mancini pronti ad essere innescati dalle visionarie verticalizzazioni di De La Pena.
Purtroppo le immaginifiche traiettorie resteranno nella testa del piccolo Buddha e non prenderanno mai la via dei piedi per imboccare le autostrade che portano all’area avversaria.
L’inizio è pessimo, a Roma Ivan si presenta in evidente sovrappeso ma nonostante questo riesce a trovare spazio nelle prime domeniche di campionato e nella vittoriosa partita di Supercoppa. Spazio che però diventa sempre meno fino a che il tecnico Sven Goran Eriksson non preferisce arretrare Roberto Mancini nel ruolo di regista.
Una manciata di presenze, la cocente delusione dello scudetto perso all’ultima giornata ai danni del Milan e la vittoria della Coppa delle Coppe sono quel che Ivan raccoglie all’ombra del Colosseo.
Con un prestito al Olympique Marsiglia si spera di rigenerare Ivan, la verità è invece un’altra stagione ai margini e senza gloria che una rete in poche presenze non riesce ad addolcire.

Si prova con un ritorno alle origini, il Barcellona guidato dal suo scopritore Serra Ferrer, il sonno però è di quelli profondi e neppure il ritorno a casa scuote dal torpore il piccolo Buddha.
Alla Lazio viene recapitato un pacco indesiderato che viene portato a scadenza senza praticamente fargli mai saggiare l’erba del campo e la tensione della partita.
Il nuovo fenomeno del calcio spagnolo esce distrutto dagli ultimi quattro anni ed i 30 miliardi spesi per il suo acquisto sono una follia che nessuno riesce a comprendere.

E’ Barcellona a correre in soccorso di quello che nei suoi primi passi da professionista aveva stupito la Spagna con il suo destro illuminante. L’Espanyol, cugino che vive all’ombra del più blasonato Barca, si fa avanti e porta a casa Ivan a parametro zero. I successi dei blaugrana sono ben distanti, ma i biancoblù di Barcellona sono una realtà solida della Liga e De La Pena riesce a ritagliarsi una dimensione a lui congeniale.
Dai piedi di Ivan ricominciano ad uscire quelle verticali che l’hanno reso celebre ad inizio carriera. Si ferma nove stagioni con la maglia del Espanyol, le prime da protagonista, hombre orchestra della squadra. Una inaspettata Copa del Rey e la finale di Coppa Uefa persa contro il Siviglia sono i picchi di questa avventura prima del ritiro nel 2011.

Andata e ritorno su Barcellona, per perdersi e poi ritrovarsi sulle autostrade del calcio, quelle che un giovane Ivan vedeva dove per gli altri c’erano solo sentieri.

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