Lo Zar all’ombra della Madonnina

Sheva MilanEstate del 1999.
I giocatori si dirigono verso gli spogliatoi, sguardi rilassati e la tensione finalmente allentata, dopo due ore l’allenamento è finito.
Con un italiano zoppicante che non nasconde le origini dell’est l’ultimo arrivato in gruppo chiede sorpreso: “Tutto qui?! Abbiamo già finito?!”.
I suoi dubbi trovano una silenziosa risposta nel resto della squadra che incurante delle domande rivolte continua la sua processione verso una doccia calda e la serata libera. Decide quindi di fermarsi sul campo ancora un po’, ad allenarsi da solo.
Tra un affondo ed un giro di campo un giovane Andrij Shevchenko ripensa agli allenamenti alla Dinamo Kiev sotto l’occhio attento del Colonnello Lobanov’skj.
Pensa ai suoi vecchi compagni impegnati nella cosiddetta “salita della morte”, uno scatto dopo l’altro lungo una salita, Lobanov’skj ed i suoi assistenti pronti ad annotare sui taccuini non se ma quando i giocatori vomiteranno. Andrij non vomita mai.
Lo Zar è sbarcato a Milanello, e colleziona giri di campo mentre i suoi compagni sono già sotto la doccia.

Che quelle ore in più passate sul campo di allenamento siano servite è fuori da ogni dubbio, l’impatto di Sheva sul campionato italiano è devastante, la tecnica, la velocità, la potenza ed il fiuto del goal mostrati in patria vengono elevati esponenzialmente nell’esperienza milanese.
Segna all’esordio contro il Lecce e replica in casa alla seconda giornata. Alla terza giornata arriva la prima tripletta all’Olimpico contro la Lazio e due partite dopo la prima rete nel derby, quella del momentaneo pareggio in risposta a Ronaldo.
La curva sud lo elegge presto a nuovo idolo, con quel talento abbianto a tanta professionalità è inevitabile.
A fine anno le reti sono 24, in 32 partite, capocannoniere all’esordio, secondo straniero a riuscire nell’impresa dopo un certo Michel Paltini, noto a tutti come Le Roy, il Re.
La stagione della squadra non è però delle migliori, in campionato chiude terza, mentre in Champions League finisce ultima nel gironcino e abbandona la competizione prima che entri nel vivo.
Nel suo secondo anno in Italia Andrij ripercorre le orme del primo e mantiene un rapporto più che intimo con le porte avversarie, i goal sono ancora 24 ma Crespo fa meglio e con 26 reti vince la classifica marcatori. Anche in Europa tormenta i sogni dei difensori avversari e a fine hanno colleziona 9 reti.
Come nella stagione precedente alle soddisfazioni professionali non corrispondono quelle di squadra, il Milan chiude sesto e da il ben servito con qualche domenica di anticipo ad Alberto Zaccheroni, in Europa va un po’ meglio ma il secondo gironcino risulta fatale.

La stagione 2001/2002 inizia con l’Imperatore Fatih Terim in panchina, la sua avventura dura però solo una manciata di mesi, a novembre prende il suo posto Carletto Ancelotti e per i rossoneri è una svolta storica. La squadra chiude quarta e centra l’accesso ai preliminari di Champions, Sheva da il suo contributo con 14 reti. La media si abbassa rispetto ai due anni precedenti ma risulta comunque il miglior marcatore della squadra.

La stagione seguente ha un sapore agrodolce per Andrij, all’amarezza per gli infortuni si contrappone la gloria della vittoria ma andiamo con ordine.
I preliminari contro lo Slovan Liberec danno il via anticipatamente alla stagione del Diavolo, Inzaghi decide il doppio incontro che causa non qualche apprensione ai tifosi rossoneri. Shevchenko rimedia un infortunio al menisco che condiziona il resto della sua stagione. In campionato segna 5 reti, ed una sola in Coppa Italia, nella finale di andata contro la Roma, il doppio scontro arride al Diavolo e per Sheva è il primo trofeo da quando è in Italia.
In Europa la marcia del Milan è inarrestabile, viene superato il primo girone con Pippo Inzaghi che fa da mattatore. Nel secondo gironcino il Milan si impone di misura nelle prime quattro partite ipotecando la qualificazione. Andrij sigilla la vittoria casalinga contro il Real Madrid.
I quarti di finale vedono i rossoneri contrapposti ai lancieri olandesi del Ajax, ad Amsterdam finisce a reti bianche ed il ritorno a Milano è sconsigliato ai deboli di cuore.
A Pippo Inzaghi risponde l’eterno finlandese Litmanen, a Sheva risponde il sudafricano Pienaar. Al novantesimo il risultato di 2 a 2 premia gli olandesi e gli apre le porte della semifinale. Un goal con doppia firma Inzaghi – Tomasson a tempo praticamente scaduto trasforma San Siro in un girone infernale dantesco e porta i Diavoli in paradiso.
La semifinale è uno scontro fratricida con i cugini interisti. La tensione si può toccare con mano e la gara di andata termina a reti inviolate. Il ritorno vede da calendario in casa l’Inter, un pareggio con reti porterebbe il Milan in finale, ed è quel che accade. Martins risponde al vantaggio rossonero, ma gli assalti finali producono solo qualche spavento. Il Milan è in finale di Champions League, la rete del vantaggio nel derby l’ha siglata lui, Andrij Shevchenko.
La finale è un altro derby, questa volta nazionale, al Old Trafford di Manchester c’è la Juventus come ultimo ostacolo prima della coppa dalle grandi orecchie.
E’ un’altra partita tesa, che il Milan meriterebbe di vincere ai punti ma che non si sblocca fino a i calci di rigore.
Da una parte sbagliano Seedorf e Kaladze, dall’altra Trezeguet, Zalayeta e Montero. Del Piero segna il quinto rigore per la Juve e lascia il destino nei piedi di Andrij.
Undici metri dalla gloria, Buffon tra lui e la Coppa. Lo sguardo è glaciale come quelle mattine di Kiev in cui si allenava a petto nudo, una delle tante avanguardie del Colonnello per temprare fisico e carattere, un impercettibile cenno all’arbitro.
“Vado?”
“Vai.”
Buffon si getta, ma dalla parte sbagliata, la palla gonfia la rete e la festa può avere inizio.
Andrij ed il Milan sono sul gradino più alto d’Europa.

BRITAIN UEFA SOCCER

La stagione seguente è un’altra stagione in agrodolce, Sheva riprende a segnare, 24 reti e nuovamente capocannoniere, riporta il Milan a vincere lo scudetto, è il primo ed arriva al suo quinto anno in Italia. Sua anche la rete che decide la Supercoppa Europea contro il Porto di Mourinho. L’altra parte della medaglia sono l’eliminazione ai quarti di Champions contro il Deportivo, decisiva la sconfitta per 4 a 0 al Riazor, e la sconfitta di Yokohama ai rigori contro il Boca Juniors nella Coppa Intercontinentale.
Il Pallone d’Oro è il giusto e meritato riconoscimento per uno dei giocatori più forti, dominanti e decisivi del nuovo millennio.

Pallone d'Oro

E’ però il 2005 ad avere in serbo la più cocente delusione per Shevchenko e per i tifosi milanisti.
L’inizio è ottimo, tre reti a zero alla Lazio nella Supercoppa Italiana, tripletta di Sheva. In campionato i goal sono 17 che portano ad un secondo posto dietro alla Juventus che vedrà revocato il titolo in seguito ai fatti di Calciopoli.
E’ l’Europa da sempre il terreno di caccia preferito dal diavolo. Sheva offre buone prestazioni e, non senza sofferenze, insieme a Crespo guida i suoi alla finale. Da sottolineare la rete della vittoria contro il Barcellona., le reti nei derby contro l’Inter ai quarti di finale, la prima all’andata vale il due a zero, la seconda porta in vantaggio i suoi prima che la partita venga sospesa per lancio di bengala su Dida, e la rocambolesca semifinale contro il PSV che aveva pareggiato il 2 a 0 dell’andata e fino a pochi attimi dalla fine pensava di aver acciuffato i supplementari, una rete di Ambrosini nel recupero evita ulteriori sofferenze.

La finale si gioca ad Istanbul, contro il Liverpool, ed è una finale che passerà alla Storia del calcio. Il Milan rientra negli spogliatoi all’intervallo avanti per 3 reti a 0, la rete di capitan Maldini e una doppietta di Crespo dovrebbero rendere la ripresa una formalità in attesa di sollevare ancora un volta la coppa dalle grandi orecchie due anni dopo Manchester. La storia è nota, nel giro di sei minuti Gerrard, Smicer e Xabi Alonso riportano il match in equilibrio e rinviano tutto alla lotteria dei rigori. Come due anni prima il rigore decisivo è sui piedi di Andrij, se a Manchester segnare voleva dire vittoria adesso segnare vuol dire tenere alimentato il tenue fuoco della speranza.
La danza di Dudek sulla linea di porta ipnotizza Sheva, rigore parato e dallo 0 a 3 dei primi quarantacinque minuti si passa ai Reds che sul palchetto d’onore sollevano la Champions League.

Il 2005/2006 è l’ultima stagione di Andrij in maglia rossonera, segna 19 reti in un campionato che vede il Milan chiudere al terzo posto. La voglia di riscatto in Champions si ferma in semifnale contro il Barcellona guidato dall’ex Frank Rijkard e futuro vincitore della competizione nella finale di Wembley contro l’Arsenal. Sheva è trascinatore della squadra e chiude il torneo con nove reti, quattro siglate in casa dei turchi del Fenerbache.

In estate saluta commosso e passa al Chelsea dopo sette stagioni con la maglia rossonera numero 7 sulle spalle e 175 reti, ritornerà nel 2008 per una manciata di partite che serviranno solo ad accuire la nostalgia nei tifosi.
Il vento dell’est ha soffiato forte su Milano.

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