La Maquina

La Maquina18 partite per entrare nella Leggenda.

Un nome che se pronunciato ad un viejo che passeggia per uno dei barrios di Buenos Aires può strappare sorrisi, orgogliosi e nostalgici se si tratta di un tifoso del River, rispettosi e solenni se invece tifa per una delle altre.

Una squadra totale, quando il calcio totale ancora non era stato pensato e sul vecchio continente soffiavano gli alisei del secondo conflitto mondiale. “Tutti attaccano, tutti difendono.”

Juan Carlos Muñoz, José Manuel Moreno, Adolfo Pedernera, Angel Labruna e Felix Loustau, punte di diamante di una squadra straordinaria.

La Maquina, la macchina.

E non lasciatevi ingannare dalla freddezza del nome, perché negli anni ’40 la macchina è soprattutto sinonimo di innovazione e perfezione, armonia e divertimento.
Ed i primi a divertirsi sono proprio quei cinque là davanti, a volte anche troppo, tanto da dimenticarsi di tirare in porta.

LoustauJuan Carlos Muñoz e Felix Loustau sono le ali con cui La Maquina spicca il volo, il primo dotato di tecnica sopraffina, il secondo altrettanto tecnico è anche velocissimo, dai loro piedi escono degli autentici cioccolatini con su scritto bésame che aspettano solo un grazie ed il tocco in porta da parte degli attaccanti.Munoz

MorenoJosé Manuel Moreno è per tutti El Charro tipico caballeros messicano anche se in realtà arriva dalle campagne poco fuori la capitale argentina. Difficilmente quello che suggeriva il suo corpo corrispondeva a quello che poi da li a poco sarebbe accaduto, fintava un appoggio sulla destra e la palla andava a sinistra, con la testa sembrava metterla sul primo palo ed invece inzuccava su quello più lontano.
Amante tanto del futbol quanto della vita notturna concludeva le sue notti con i gomiti appoggiati al bancone di un bar ed i bicchieri ormai vuoti di quello che sicuramente non era mate. E poi la movida ed il ballo: “Il tango è il migliore allenamento: tieni il ritmo, lo cambi in corsa, meni la danza di traverso, lavori di bacino e di gambe.”
I dirigenti del River lo invitarono ad una vita più regolare, degna di un vero atleta, con impegno Moreno andò a letto presto e bevve solo latte per una settimana, la domenica disputò la peggior partita della sua carriera.
Aveva indossato le maglie dei maggiori club del Sud America, quando ormai quarantacinquenne era già passato dietro ad una scrivania per il club colombiano del Medellin., scende in campo per recuperare lo svantaggio contro il Boca Juniors. 2 a 1 per i colombiani al triplice fischio e doppietta del Charro.

LabrunaAngel Labruna è l’hombre orquestra della Maquina, con il 10 sulle spalle inventa e suggerisce per i compagni, ma è anche il finalizzatore, nell’area piccola è mortifero per i portieri. E’ il miglior marcatore nella storia del River Plate, del campionato argentino, e del Superclasico contro gli eterni rivali del Boca Juniors.
Nei 20 anni passati al River è diventato per tutti l’Angelo, El Angel de River, amante in egual misura del verde del prato e di quello dei tavoli da gioco dei casinò.
Scende in campo con la gioia nel cuore, come un bambino ama il gioco e proprio come un bambino lascia che l’andamento della partita muti il suo stato d’animo, passando dall’entusiasmo all’incazzatura in un batter di ciglia.
Cabalista incallito ai successi da giocatore aggiunge quelli da tecnico, anche sulla panchina del River. La pelota deve viaggiare sempre a terra e veloce, di prima. Il futbol si gioca all’attacco.

PederneraQuando ad Alfredo Di Stefano si chiedeva chi era meglio tra lui, Maradona e Pelé la risposta della Saeta Rubia lasciava tutti a bocca aperta: “Tutti bravi, grande talento, ma Adolfo è un gradino sopra a noi, un gradino sopra a tutti.” Adolfo è Adolfo Pedernera, la Stella della Maquina.
E proprio Di Stefano prima ha raccolto il testimone lasciato da Pedernera nel River Plate, e poi ne è stato compagno di reparto nei colombiani del Millionarios.
Quando il sole era già tramontato da un pezzo ed il custode si apprestava a chiudere il campo di allenamento Adolfo era lì, solo, che continuava a giocare, non si sarebbe mai fermato.
El Divino, o un più terreno El Maestro, a Pedernera si usava rivolgersi così, perché in campo non c’era nulla che non sapesse o potesse fare. Per molti, forse per tutti, Adolfo era un ballerino strappato ad un palco e messo su un campo da calcio, con il pallone ci danza, si spinge oltre, arriva ad amoreggiarci, e per gli spettatori era una gioia.
Faceva innamorare chi lo guardava nella stessa maniera in cui lui era innamorato del calcio.

Renato Cesarini, proprio lui, quello che presta il nome ai goal dell’ultimo minuto, e José Minella sono ingegneri e piloti della Maquina, possiedono le chiavi per farla partire, ed il tocco magico per guidarla.

18 partite in tutto, quelle in cui i cinque tenori sono stati insieme in campo, tanto è bastato per scrivere il proprio nome nella leggenda.
Cinque maestri del futbol per una squadra che era il futbol. Cinque come sono cinque le punte di una stella.

Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau, come una filastrocca, provate a ripeterla ad un viejo e lo farete tornare bambino.

“El tiempo, el buen entrenamiento, la moral que posee el equipo y el valor individual de sus componentes, todo ha contribuido para que River en los actuales momentos dé la sensación de ser una máquina.”
“I ritmi, il buon allenamento, il morale di cui è dotata la squadra e il valore individuale dei suoi componenti, tutto ha contribuito perché il River di oggi dia la sensazione d’essere una macchina.”
Ricardo Lorenzo Rodríguez, per tutti Borocotó, su El Grafico del 12 giugno 1942.

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