Il Viaggio di Luis – I parte : La Partenza

Settembre 2005, il match non ha più nulla da dire, il Nacional sta matando il malcapitato Paysandu, con il risultato di 4 a 0.
Un ragazzino appena maggiorenne fa il suo ingresso in campo con la maglia bianca dei Tricolor, gioca di punta e porta il numero 13 sulle spalle, per lui fino a quel momento pochi scampoli di partite e niente più.

Da un vittorioso contrasto a metà campo nasce un’azione di contropiede, il gioco viene allargato sulla destra dove un giocatore in maglia bianca controlla e salta facile l’avversario, mette in mezzo, spizzata di testa e la sfera resta lì, a volteggiare nel cuore dell’area. E’ un attimo, il ragazzino, quel ragazzino con il 13 sulla schiena è proprio lì e rovescia senza pensarci su un istante.
E’ una gran rovesciata che il difensore salva sulla linea di porta con l’aiuto della traversa, la palla resta in area, e dopo un paio di carambole torna sui piedi del ragazzino che stavolta la scaglia in porta con tutta la forza che ha, per il suo primo goal tra “grandi”.

Sfrontatezza, talento, determinazione, il primo goal di Luis Suárez racconta già molto di lui.

Luis SuárezIl suo approdo a Barcellona Luis l’aveva previsto e programmato con oltre un decennio di anticipo, appena quindicenne quando Sofia, la sua Sofia, aveva, insieme alla sua famiglia, lasciato l’Uruguay per stabilirsi in Spagna.
11 anni e molti goal dopo il cerchio si è chiuso, ma andiamo con ordine.

Salto, cittadina situata al confine con l’Argentina, dista 500 chilometri dalla capitale Montevideo e conta poco più di 100mila abitanti. Ha dato i natali, a pochi giorni di distanza nel 1987, a due dei più grandi attaccanti del nuovo millennio, uno è Edinson Cavani, l’altro è, ovviamente, Luis Alberto Suárez.

In una nazione dove quasi metà della popolazione abita la capitale Montevideo è naturale che anche la famiglia Suárez affronti il viaggio che dalla campagna porta alla città. Il piccolo Luis ha 7 anni.

L’impatto con la capitale non è semplice, e la situazione economica della famiglia non aiuta. A Luis non resta che il calcio, principalmente giocato per strada, in un quartiere che, quando la luce lascia posto all’oscurità, si popola di persone poco raccomandabili. Di molte ne diverrà amico.
La sua prima squadra è l’Urreta, dove fa intravedere il suo talento e la sua straordinaria confidenza con la via che porta al goal, ma è indolente, poco determinato.
Una prima svolta arriva, come sempre del resto nelle storie di futbol, specie quelle che popolano l’America latina, grazie ad un osservatore, uno scout, tal Wilson Pirez che lo nota, tra un goal in un polveroso campetto di periferia ed una spazzata al marciapiede del quartiere per racimolare qualche soldo, e lo convince a far parte delle giovanili del Nacional, i Tricolor, una delle tante squadre di Montevideo, insieme al Penarol la più blasonata del Uruguay.
Suárez è poco più che un bambino.

Luis Suarez e Sofia BalbiSofia Balbi vive con la famiglia in uno dei quartieri residenziali di Montevideo, e per il quindicenne Suárez rappresentano quella stabilità e quell’abbienza fino a quel momento sconosciute. Insieme sono una coppia tanto improbabile quanto unita.
Sofia incoraggia e sprona Luis nella scuola quanto nel calcio, e, almeno in quest’ultima disciplina, i risultati sono stupefacenti.
Una volta entrato nell’undici titolare della formazione giovanile non ne esce più, segna due, tre, a volte quattro goal a partita e nell’autunno del 2003 è già oltre le sessanta marcature.

La crisi che colpisce l’Uruguay nel 2002 manda in crisi buona parte delle banche del paese, compresa quella dove lavora il signor Balbi, il papà di Sofia, che chiude i battenti. Il viaggio in Europa alla ricerca di un futuro migliore è visto come l’unica soluzione.
Mentre Luis segna a raffica, nell’ottobre 2003, Sofia e la sua famiglia attraversano l’Oceano Atlantico per stabilirsi alle porte di Barcellona.

All’età di sedici anni Luis Suárez decide che giocherà per il Barcellona.

Appena può, grazie all’aiuto del suo procuratore Daniel Fonseca, vecchia conoscenza del calcio italiano, Luis vola a Barcellona per incontrare Sofia, ed ogni volta lei lo porta a visitare il Camp Nou. Il viaggio che porterà Suárez ad indossare la maglia del Barça è appena iniziato.

Ma nella quotidianità la mancanza di Sofia bussa forte nella testa e nel cuore di Luis, il calcio non sempre basta a tenere a bada il malessere, a volte è proprio il calcio a versare l’ultima goccia in un vaso traboccante.
Come quella volta in cui si racconta che il quindicenne Suarez rifilò una testata all’arbitro, colpevole di averlo ammonito costringendolo a saltare l’ultima partita della stagione, quella decisiva.
La pressione è una compagna con cui Luis non sempre ha una serena convivenza.

Qualche allenamento con i “grandi”, il consueto numero di goal con le giovanili ed il pensiero costante di Sofia scandiscono il tempo nella vita di Luis, fino alla stagione 2005/2006.

L’esordio con la prima squadra del Nacional è in Copa Libertadores contro i colombiani del Barranquilla, uno scampolo di partita.
Poi, il 10 settembre 2005, fa il suo ingresso contro il Paysandu, i Tricolor conducono 4 a 0, la palla arriva in area, una spizzata, la sfera che resta lì, e Luis che rovescia. La palla schizza sulla traversa, un paio di rimpalli e poi di nuovo sui piedi di Suárez che la mette dentro. E’ il primo goal, a cui ne seguiranno tanti, tanti, tanti.

Suarez Nacional

A fine stagione Luis ha segnato 12 volte ed il Nacional vince il campionato, è l’idolo dei tifosi e dal vecchio continente hanno già messo gli occhi su di lui.

Suarez GroningenGli olandesi del Groningen si fanno sotto con i Ticolor, la somma offerta non è irresistibile ma l’onda lunga della crisi non permette negoziati.
A Luis basta sapere che il Groningen gioca in Europa, e tra lui e Sofia non ci sarà più un oceano di mezzo.
L’impatto con il calcio Europeo è buono, gioca in un campionato prestigioso e guadagna molto di più di quanto avrebbe fatto restando in patria. Appena può vola per qualche giorno a Barcellona da Sofia, fino a che sull’aereo che torna in Olanda non sale anche lei. Nemmeno ventenne è un calciatore professionista che vive in Olanda con la sua amata e segna con una certa facilità nella Eredivise.

I problemi a gestire la pressione sembrano svaniti.

La prima stagione europea di Suárez si conclude con 12 reti in 29 presenze, dall’amore folle che i tifosi biancoverdi provano per lui si passa però in fretta all’odio, le voci di un passaggio ai lancieri del Ajax gli valgono l’etichetta di mercenario.
Per tutti gli altri invece diventa il Pistolero, per la sua tipica esultanza che lo contraddistingue per tutta la carriera.

Il passaggio all’Ajax porta Luis a scalare posizioni nell’Olimpo del calcio, dove Barcellona ed il Barça rappresentano la vetta che lui stesso si è prefisso, nonostante Sofia adesso sia con lui.
Un altro piccolo tassello che avvicina il cerchio alla sua naturale chiusura è la presenza sulla panchina dei lancieri di ten Cate, un passato da vice in Spagna, proprio nel Barcellona.
La prima stagione ad Amsterdam si chiude con la media di un goal ogni due incontri, non male Luis.

Sulla panchina dell’Ajax nella stagione 2008/2009 si siede Marco Van Basten, nonostante lo scetticismo iniziale le prestazioni di Luis migliorano e con esse anche la sua media realizzativa, ma è la stagione seguente quella della consacrazione definitiva, quella con Jol in panchina. E’ anche la stagione che porta al Mondiale sudafricano.

Jol mette la fascia da capitano al braccio di Suárez e l’Ajax gioca un grande calcio, ha numeri impressionanti, come sono impressionanti i numeri del suo attaccante che segna praticamente un goal a partita, anche qualcosa in più. Ma i numeri non bastano a portare il titolo ad Amsterdam, il Twente precede i biancorossi di un punto e si laurea campione d’Olanda.
Suárez e compagni si consoleranno con la coppa nazionale, primo ed unico trofeo di Luis in terra olandese.

Estate 2010, i Mondiali irrompono sulla scena calcistica, e di Suárez si inizierà a parlare non soltanto per le sue reti.

Quando Luis scende dall’aereo che porta la Celeste in Sudafrica ha con se già una trentina di presenze con la maglia della nazionale, condite da 10 reti.

Inseriti nel gruppo A con Francia, Messico ed i padroni di casa gli uruguagi non brillano nell’esordio contro i francesi e portano a casa uno 0 a 0 in una partita priva di emozioni. Nel secondo incontro liquidano facilmente il Sudafrica per 3 reti a 0 con doppietta di capitan Forlan.
Bisogna aspettare il terzo ed ultimo match del girone per vedere Suárez sbloccarsi. E’ sua la rete che vale la vittoria per 1 a 0 contro i messicani.

La Corea del Sud negli ottavi di finale si rivela avversario più ostico del previsto, e serve una doppietta di Luis per approdare ai quarti di finale, dove incontrano il Ghana, ultima squadra africana rimasta a rappresentare il continente nero.
Al vantaggio africano risponde Forlan, e la partita scivola fin quasi ai calci di rigore.
All’ultimo minuto del secondo tempo supplementare l’angolo battuto dal Ghana viene spinto verso la rete da un colpo di testa di Mensah, un incerto Muslera è battuto.
Sulla linea di porta c’è Suárez che un po’ per istinto un po’ per retaggio di quello che è stato per lui il calcio di strada smanaccia la palla via dalla porta. E’ rigore, è espulsione. Il Ghana passa dalla gioia certa di una rete a tutto il carico di incertezze che porta un tiro dagli 11 metri. C’è tempo solo per il tiro. Gyan centra la traversa. L’Uruguay ha ancora una possibilità di arrivare in semifinale, e Suárez esulta come se avesse segnato.
La lotteria dei rigori premia la Celeste, che giocherà la semifinale contro l’Olanda senza Luis, che in patria, e solo in patria, è diventato un eroe.
La mano de Dios in salsa Celeste.

L’Uruguay conclude il Mondiale al quarto posto.

La stagione seguente inizia ancora con Martin Jol sulla panchina dell’Ajax e con Luis che porta la piccola Delfina, sul prato del Amsterdam Arena.

Suarez Ajax

E’ un Suarez sempre più decisivo in campo, è un Suárez padre che ha coronato la sua vita insieme a Sofia, è un Suárez che lascia prendere campo sempre più ai suoi lati oscuri.

I risultati non sono esaltanti, i goal per Luis arrivano sempre, ma la squadra non gira e Jol è a rischio. La partita contro il quotato PSV non si sblocca, Suárez non riesce ad incidere, la pressione si sta facendo soffocante. Gli scontri di gioco con Bakkal, tignoso avversario, si fanno sempre più ruvidi. Ancora i retaggi del calcio di strada, dove vale tutte, si fanno largo, la garra charrúa che anima ogni uruguagio prende il sopravvento nel peggiore dei modi. Il morso tra spalla e collo a Bakkal gli vale il soprannome di Cannibale e 7 giornate di squalifica.
Una volta scontate si trasferirà al Liverpool, gennaio 2011, con la maglia biancorossa del Ajax oltre cento goal ed una media realizzativi spaventosa.

Il Viaggio di Luis – II parte : Gli ostacoli e l’arrivo

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