L’ultima notte di Abdon

sangre AbdonIl bicchiere di Tannat resta lì, sul bancone, consumato a piccoli sorsi e poi contemplato.
Il caos tutt’intorno è ovattato nella testa di Abdon, le risa illuminano i volti dei suoi compagni, ed il vino bagna le loro gole, ma Abdon non riesce, porta il bicchiere alle labbra, le inumidisce appena, poi lo posa sul piano in legno e lo osserva con occhi spenti.
Mette una mano in tasca e ne tira fuori un pezzo di carta, lo osserva, lo studia.

Nacional anche quando sarò polvere. E nella polvere sempre amante. Non dimenticherò un istante quanto ti ho amato. Addio per sempre.

E’ tutto qua quello che ho da lasciare?

Si, è tutto qua, non c’è altro da aggiungere che per Abdon sia realmente importante.
Le gambe ed i piedi fanno male, le scarpe non sono allacciate ben strette. E’ dura da ammettere, ma qualche anno fa non era così, finita una partita NE avrebbe potuto iniziare un’altra, adesso no. Ha fatto una fatica tremenda a concludere l’incontro con il Charley. Per quanto ha provato a nascondere a tutti le difficoltà il mister le ha notate. Ovvio. Le aveva già notate da un po’, e infatti, negli ultimi mesi, le partite da spettatore son state più che quelle da protagonista.
Era successo anche qualche anno prima, con la maglia della nazionale uruguagia, nella Copa America vinta nel 1917 senza mai scendere in campo.
L’Uruguay è l’Uruguay, la nazionale, si, ma il Nacional, beh…il Nacional è il Nacional. La vita.

La festa, come dopo ogni incontro vittorioso, si protrae fino a tardi, ma il momento dei saluti è arrivato, e Abdon lascia i suoi compagni. Li saluta come si saluta un amico da incontrare il giorno dopo.

La notti di fine estate a Montevideo sono piacevoli, invitano a passeggiare.
Abdon lascia sfilare il tram, e, nonostante le gambe doloranti, decide di camminare. Nelle vie intorno al porto c’è sempre un gran fermento, anche a quest’ora della notte.
Se le ricorda bene le navi che arrivavano ad inizio secolo, con i loro carichi di merci e ufficiali che combattevano la nostalgia della patria giocando a futbol.

Casa di Abdon è da tutt’altra parte rispetto a dove si dirige, sta per imboccare Calle Carlos Anaya, la strada dove sorge il Parque.
Il Parque, lo stadio del Nacional di Montevideo, la squadra di Abdon Porte.

Quante battaglie su quel prato, nel cuore del campo, Abdon le scorre una ad una. I tackle affondati con grinta, quella stessa grinta ereditata dagli antenati charrua di cui porta fiero i lineamenti, e l’appellativo di Indios. Si, il centro del campo era, è, il suo regno. Per 270 volte ha indossato la maglia Tricolor.
Che gioia la vittoria del campionato del ’12. La prima vittoria. Quel sapore nuovo. Ma anche ripetersi non è stato da meno, le tre vittorie consecutive, non sembrava vero. E Abdon sempre lì, nel cuore del campo e del gioco.
Adesso quelle gambe stanche e doloranti lasciano il passo ai più giovani, che giustamente scalpitano.
Nonostante i piedi esausti è arrivato davanti al cancello del Parque. E’ aperto, nessuno si ricorda mai di chiuderlo.
Si lascia alle spalle il corridoio dal parquet in legno appena lavato e ancora umido, percorso tante volte con gli scarpini ai piedi, la vista del campo, l’erba, e le tribune, adesso vuote e silenziose ma poche ore prima stracolme e festanti.
Quante gioie Abdon ha regalato ai tifosi Tricolor su quegli spalti, e adesso uno di quei posti è per lui, in mezzo a quella gente che tanto lo ama.

Si dirige verso il cerchio di centro campo, più per abitudine che per volontà. Quello è il suo posto da che ne ha memoria
Il dolore alle gambe è svanito, il passo è sciolto ma deciso.
Non vederlo con la classica maglia bianca del Nacional sul prato verde è insolito, ma non ci sono spettatori a doverlo riconoscere, i colori delle divise del Colon e della Libertad, le squadre in cui si è fatto, nemmeno li ricorda più. Solo Tricolor.

E’ nel cerchio. Nella notte di Montevideo vede i compagni che lo abbracciano dopo la rete vincente al Penarol, vede gli avversari che tentano il contrasto, ma la palla proprio non riescono a portargliela via. Le immagini sono nitide. Sente l’odore del sudore, misto a quello dell’erba appena tagliata. E’ un odore forte ma familiare.

Mette una mano in tasca, sente il freddo ferro della pistola, la stringe, sfiora un pezzo di carta, quel pezzo di carta che aveva osservato poco prima davanti ad un bicchiere di vino. Mentre i suoi compagni facevano festa. Gli torna in bocca il sapore del Tannat.

Nacional anche quando sarò polvere. E nella polvere sempre amante. Non dimenticherò un istante quanto ti ho amato. Addio per sempre.

Un colpo, uno solo, dritto al cuore.

Nacional anche quando sarò polvere.

Porte

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Abdon Porte disputa 270 partite con la maglia del Nacional nel corso di sei campionati prima di togliersi la vita con un colpo di pistola la notte del 5 marzo 1918.
Ne vince quattro, il primo nel 1912 e poi tre consecutivamente dal 1915 al 1917.
Fa parte della nazionale che vince la Copa America nel 1917 ma non scende mai in campo.
Centrocampista di grande temperamento, soprannominato El Indio per i suoi lineamenti, verrà seppellito, come da sua richiesta, vicino a Carlos e Bolivar Cespedes, leggende del club morte circa dieci anni prima.
Una tribuna dello stadio Parque porta il suo nome.

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